Il nuovo turismo dell’AI

Racconto, riflessioni e un’appendice di significati per capire e operare

Il nuovo turismo dell'AI

Francesco Schianchi, partner e mentore dello Studio Giaccardi & Associati dai suoi primi esordi (cfr. www.giaccardiassociati.it/studio-giaccardi-associati-ravenna/team-consulenza-ravenna/) è stato uno dei grandi interpreti della cultura della comunicazione d’impresa e delle relazioni pubbliche in Italia. Formatore di lungo corso con incarichi all’Università IULM di Milano, all’Istituto Europeo di Design a Roma e al Politecnico di Milano, è consulente in cultura manageriale e cultura del progetto per soggetti pubblici, imprese private e realtà non profit oltreché ricercatore e analista delle trasformazioni antropologiche dei contesti di lavoro, autore di varie pubblicazioni sulla creatività e il design.

Premessa. L’AI utilizzata dall’utente

Dato che l’AI fa molto bene:

  • Elaborazione massiva: analizza enormi quantità di dati in tempi impossibili per un umano.
  • Riconoscimento di pattern: vede correlazioni invisibili all’occhio umano.
  • Generazione di contenuti: testi, immagini, codice, simulazioni.
  • Automazione di compiti ripetitivi: libera tempo e aumenta le possibilità di approfondimento
  • Personalizzazione: adatta risposte, percorsi, suggerimenti.
  • Supporto decisionale: fornisce scenari, analisi, alternative.
  • Traduzione e mediazione linguistica: abbatte barriere culturali.
  • Simulazione di dialogo: crea interazioni fluide e contestuali.

Questo “far bene” deriva da una capacità fondamentale dell’AI: calcolare correlazioni tra dati e creare relazioni informative coinvolgenti, utili, interessanti.

Mi sono pertanto posto alcune domande di ricerca:

  • la filiera del turismo è in grado di fare tutto questo?
  • È attrezzata ad utilizzare l’AI nelle sue potenzialità attuali?
  • Sta analizzando la radicale trasformazione di linguaggi, relazioni, comunicazione, organizzazione, etc., dato che l’AI non è più solo uno strumento ma una componente strutturale del paesaggio imprenditoriale, organizzativo, sociale?

Da qui, ho esplorato l’AI chiedendo a Copilot (https://copilot.microsoft.com/) “quale destinazione mi suggerisci per le mie vacanze?”

La risposta breve è stata:

“ti suggerisco tre direzioni molto diverse tra loro — una terrestre e contemplativa, una mediterranea e sensuale, una più selvaggia e metamorfica — così puoi sentire quale vibra davvero con il tuo stato interno”.

🌿 Destinazione 1 — Isola di Ikaria

Un luogo che sembra vivere in un’altra temporalità: lentezza radicale, mare scuro, villaggi che si svegliano tardi, feste notturne che non hanno un centro ma un cerchio. È una destinazione per chi vuole disinnescare la produttività e lasciarsi portare da un ritmo più animale, più terrestre.

  • Ideale per: rigenerazione, solitudine abitata, camminare senza scopo.
  • Vibe: “il tempo non è una linea, è un’onda”.

🌊 Destinazione 2 — Pantelleria

  • Un’isola che non concede nulla subito: roccia nera, vento, acque profonde, dammusi che sembrano organismi. Pantelleria è una vacanza che non ti intrattiene, ti mette in relazione.
  • Ideale per: chi vuole una vacanza sensuale ma non turistica, fatta di bagni nelle calette laviche, saune naturali, vino zibibbo.
  • Vibe: “eros geologico”.

🌲 Destinazione 3 — Lapponia estiva

La Lapponia d’estate è luce continua, foreste che sembrano respirare, silenzi che non sono vuoti ma pieni di animali, acqua, muschi. È una vacanza che apre la percezione, quasi una pratica.

  • Ideale per: chi vuole un’esperienza multispecie, camminare, ascoltare, stare in una luce che non finisce.
  • Vibe: “metamorfosi lenta”.

 

Come scegliere davvero

Se ti ascolto nel tempo in cui mi scrivi – Milano, inizio luglio, caldo, densità urbana – mi sembra che la domanda non sia “dove andare”, ma che tipo di spazio desideri che ti trasformi.

E allora Copilot propone tre direzioni archetipiche:

  • Lentezza → Ikaria
  • Intensità → Pantelleria
  • Rigenerazione percettiva → Lapponia

Se vuoi, posso costruirti una mappa rituale di scelta (in stile minimal, poetico, terrestre) oppure posso approfondire una delle tre destinazioni.

Quale direzione senti più tua in questo momento?

La risposta breve: ti preparo una mappa rituale di scelta – non un itinerario – ma un dispositivo percettivo che puoi attivare prima di decidere la destinazione. È una mappa da usare come gesto, non come guida.

🌒 Mappa rituale per scegliere la tua destinazione

(minimalista, terrestre, attivabile; nessuna linearità, solo orientamenti)

  1. Ascolto del corpo

Siediti. Piedi nudi a terra. Respira tre volte, ma non profondamente: naturalmente. Chiediti: dove nel corpo sento il bisogno di andare?

  • Se senti peso → direzione terrestre
  • Se senti calore → direzione mediterranea
  • Se senti espansione → direzione nordica

Non interpretare. Registra.

  1. Triangolo delle atmosfere

Disegna un triangolo su un foglio. Ai tre vertici scrivi:

  • Lentezza
  • Intensità
  • Metamorfosi

Poi poni un dito sul punto che ti attira senza pensarci. Quel punto è la tua atmosfera di viaggio.

  1. Oggetto guida

Scegli un oggetto minuscolo dalla tua casa: una pietra, una chiave, un pezzo di stoffa. Tieni l’oggetto in mano e chiediti: questo oggetto appartiene al mare, alla roccia, o alla luce? Non rispondere con la mente. Lascia che l’oggetto “tiri” verso una delle tre direzioni.

  1. Camminata di orientamento

Esci di casa e cammina per 7 minuti senza scegliere la direzione. Alla fine dei 7 minuti, fermati. Guarda ciò che hai davanti:

  • Se è aperto → destinazione ampia (Lapponia)
  • Se è frastagliato → destinazione vulcanica (Pantelleria)
  • Se è morbido → destinazione lenta (Ikaria)
  1. La domanda finale

Chiediti: “Che tipo di spazio può trasformarmi senza chiedermi nulla?” La risposta non è un luogo: è una qualità. E quella qualità corrisponde a una delle tre destinazioni.

Sintesi della mappa

  • Corpo → indica la necessità
  • Triangolo → indica l’atmosfera
  • Oggetto → indica la materia
  • Camminata → indica la forma
  • Domanda → indica la verità

 

Quando quattro elementi convergono, la destinazione è già scelta.

Da quel resoconto emergono una serie di considerazioni importanti:

  • Un ascolto contestualizzato – L’AI dichiara di partire dal mio ascolto da cui derivano le sue risposte, utilizzando un insieme di parametri rilevanti: la personalità dell’interlocutore (elemento ricavato dalla mia precedente frequentazione online) e il mio “vissuto contingente”, ossia le dinamiche del contesto, oltre a quelle emotive e desiderative che sottostanno, anche ad una scelta di vacanza.
  • Le interpretazioni di un profilo culturale emotivo e psicologico dell’interlocutore – Non vengono richieste le “banalità del MKT” (età, sesso, disponibilità economica, titolo di studio, etc.) ma tutto parte dal profilo che l’AI si è costruita dell’interlocutore e su questo si basa per declinare le sue risposte.
  • La proposta di una mappa rituale di scelta – La creazione di una relazione significativa tra stile di vita e stile di pensiero, con una indicazione precisa “quale direzione senti più tua” in questo momento. Il supporto, il rimando ad una scelta personale, responsabile. Un accompagnarsi esperienziale in una scelta che coinvolge il corpo, la mente, le emozioni, la tattilità: una proposta polisensoriale sulla scelta, non sull’esperienza turistica.

Una dimostrazione concreta della performatività dell’AI che si candida ad essere un interlocutore credibile, affidabile, utile, efficiente:  per queste ragioni, sempre più utilizzato dagli interlocutori. Ma questo forse  è il “passato remoto” dell’AI, se vogliamo, la sua versione “romantica”, soffice, amichevole.

L’AI dei prossimi anni

Nei prossimi anni l’AI non diventerà cosciente, non proverà emozioni, non avrà un corpo. Ma diventerà molto più capace, più diffusa, più invisibile e più integrata.

C’è una differenza sostanziale tra adottare una tecnologia e lasciare che quella tecnologia riscriva il tuo modello di business. “L’impresa agentica nasce esattamente qui: nel momento in cui l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento e diventa infrastruttura. Non è una trasformazione incrementale. È una rifondazione” (Gianluca Dettori- vedi in appendice il suo Manifesto).

Siamo di fronte alla sua metamorfosi più rilevante: l’AI sta diventando agentica.  

L’AI non è solo “chat”, sta diventando un sistema che agisce per:

  • eseguire compiti complessi in autonomia
  • coordinare software, servizi, documenti
  • gestire workflow interi (contabilità, logistica, ricerca)
  • prendere iniziative entro limiti definiti (per il momento).

E’/sarà in grado di:

  • Combinare statistica più logica simbolica
  • Verificare le proprie risposte
  • Citare le fonti in modo più affidabile
  • Ridurre drasticamente bias algoritmici e allucinazioni.

Un motore di analisi molto più affidabile, è/sarà multimodale “totale”, non solo testo e immagini:

  • video
  • audio
  • sensori
  • mappe
  • dati in tempo reale.

Avremo/abbiamo l’AI capace di vedere, ascoltare, leggere, interpretare. Si integra/si integrerà in ogni software. Non si userà più “una AI” ma l’AI è/sarà dentro a tutto:

  • email
  • fogli di calcolo
  • browser
  • sistemi operativi
  • piattaforme di lavoro.

Sta diventando/diventerà un’infrastruttura, come l’elettricità. Non sostituirà tutti, ma cambierà tutto:

  • automazione di mansioni ripetitive
  • aumento della produttività individuale
  • nascita di nuovi ruoli (AI manager, AI auditor, AI ethicist)
  • riduzione del lavoro “manuale cognitivo”.

Il lavoro diventerà supervisione + creatività + decisione. Potenzia/potenzierà la creatività:

  • genererà prototipi istantanei
  • simulerà scenari complessi
  • offrirà varianti infinite
  • accelererà la fase esplorativa.

L’umano cercherà di restare l’autore del senso

L’ obiettivo dell’AI è quello di essere consustanziale al nostro paesaggio esistenziale, senza essere visibile, omologabile all’acqua nelle tubazioni, all’elettricità nei muri, all’aria che respiriamo: essere sempre presente, raramente vista, soprattutto non controllata o ostacolata nella sua crescita di potenza e performatività.

Questo scenario del prossimo futuro/presente, sintetizzato in alcune variabili, contiene una serie di rischi molto gravi:

  • Cedere aree/pezzi di decisione rilevanti, senza accorgercene
  • Non generare autonomamente più niente, dato che l’AI genera tutto
  • Sostituire progressivamente con l’AI conversazionale le relazioni umane
  • Più l’AI diventa invisibile, più può influenzare senza essere vista
  • L’AI non “ruba il lavoro”, ma cambia il valore del lavoro: un mondo dove pochi progettano e molti supervisionano
  • Il rischio più geopolitico: pochi attori controllano un’infrastruttura globale. (vedi Manifesto Palantir)

Il rischio più sottile, ma più profondo, è l’erosione dell’umano.

Non siamo di fronte ad un rischio tecnologico, ma antropologico: il rischio di diventare meno umani, senza accorgercene. Per il momento, il rischio non è che l’AI faccia a meno dell’umano.

Il rischio è che l’umano faccia a meno di sé stesso.

Ci incamminiamo verso questo traguardo quando:

  • Deleghiamo il giudizio all’intelligenza dei sistemi
  • Rinunciamo alla lentezza, alla ponderazione
  • Smettiamo di immaginare il possibile (e l’impossibile)
  • Accettiamo la simulazione come relazione
  • Confondiamo efficienza e performatività con il senso più profondo della vita.

È necessario non rivendicare/adottare meccanismi di controllo, di difesa legale, normativa, inserire  etiche raffazzonate e appiccicate o altri palliativi, ma ritornare a coltivare ciò che nessuna macchina, almeno per ora, è in grado di riprodurre:

  • “essere corpo”, non solo avere un corpo
  • valorizzare la propria imperfezione e dubbi
  • nutrire il desiderio e l’immaginazione
  • esprimere la responsabilità multipla su sé, gli altri e il mondo
  • costruire relazioni, dove il visibile e l’invisibile si incontrano, suscitando spesso l’alchimia delle emozioni
  • esprimere la cultura della fratellanza e della pace.

Un progetto di turismo per il presente/prossimo futuro potrebbe contenere molte di queste “terre/paesaggi” da coltivare.

Appendice concettuale[1] 

  1. Dalla produttività alla riprogettazione

L’errore più comune è usare l’AI per fare le stesse cose più velocemente. È comprensibile: ogni rivoluzione tecnologica parte dall’efficienza. Ma qui non basta. L’impresa agentica non ottimizza i processi esistenti: li ricostruisce da zero attorno a sistemi autonomi. Non si chiede “come migliorare il lavoro umano”, ma “quale lavoro umano ha ancora senso”. Chi resta nella logica dell’efficienza resterà marginale. Chi riprogetta, ridefinisce il mercato.

 

  1. Dall’AI come tool all’AI come forza lavoro

Nel paradigma tradizionale, il software supporta le persone. Nel paradigma agentico, gli agenti eseguono, coordinano, decidono. Questo cambia tutto. Un’azienda non è più un insieme di persone che usano strumenti, ma un sistema in cui gli agenti gestiscono flussi operativi e gli umani supervisionano, orientano, decidono: il valore non è più nel “fare”, ma nel dirigere l’intelligenza.

 

  1. La fine della crescita lineare

Per decenni, crescere ha significato assumere. Più clienti, più persone. Più fatturato, più costi. L’impresa agentica rompe questa relazione. Una volta costruita l’intelligenza – modelli, agenti, infrastruttura – il costo marginale della crescita si avvicina allo zero. È il passaggio da crescita lineare a crescita esponenziale, da organizzazione scalare ad architettura scalabile. Il nuovo KPI non è il numero di dipendenti, è la capacità di orchestrazione.

 

  1. I dati non sono un asset: sono il capitale

Nel nuovo paradigma, i dati non sono un sottoprodotto delle attività aziendali. Sono il cuore dell’impresa. Ogni interazione, ogni processo, ogni decisione deve alimentare un sistema che apprende, migliora e si rafforza nel tempo. Un’azienda che non costruisce una propria memoria – un knowledge graph, una base dati coerente – non può diventare agentica.

 

  1. Sovranità tecnologica o irrilevanza

Affidarsi completamente a piattaforme esterne significa costruire il proprio business su fondamenta che non si controllano. Il rischio non è tecnico. È strategico. L’impresa agentica investe in modelli proprietari o verticali, infrastrutture controllate, indipendenza operativa, perché chi affitta l’intelligenza paga per sempre. Chi la possiede costruisce valore.

 

  1. Il vero vantaggio competitivo è l’integrazione nei processi

Nel mondo dell’AI, il codice è replicabile. Le interfacce anche. Ciò che non è replicabile è l’integrazione profonda nei workflow. Le aziende che vincono non sono quelle con l’algoritmo migliore, ma quelle che:

  • diventano indispensabili nei processi
  • riducono i costi di sostituzione
  • creano dipendenza operativa

Il vantaggio competitivo non è tecnologico, è l’integrazione strutturale nei processi.

 

  1. Dall’organizzazione gerarchica all’orchestrazione

La struttura aziendale tradizionale è verticale: ruoli, livelli, controllo. L’impresa agentica è orizzontale e dinamica: agenti che collaborano, processi che si auto-organizzano, decisioni distribuite, il manager non è più un controllore. È un orchestratore di sistemi intelligenti.

 

  1. Il talento umano cambia natura

Non serve meno talento. Serve talento diverso. Le competenze che perdono valore: esecuzione ripetitiva, analisi standard, produzione di contenuti base. Le competenze che crescono: visione strategica, capacità di integrazione, giudizio critico, etica. L’umano resta centrale ma si sposta di livello.

 

  1. La velocità come punto di forza strutturale

Le startup AI-native lo hanno già dimostrato: il ciclo “idea → sviluppo → test → rilascio” può comprimersi drasticamente. L’impresa agentica sperimenta continuamente, fallisce velocemente, scala ciò che funziona. Non vince chi ha più risorse, ma chi apprende più velocemente.

 

  1. Il rischio è culturale, non è tecnologico

Le aziende non falliscono nell’adozione dell’AI per limiti tecnici, ma per resistenza interna: paura, inerzia, modelli mentali obsoleti. La trasformazione agentica richiede: leadership chiara, comunicazione trasparente, coinvolgimento delle persone. Non è un progetto IT. È una trasformazione culturale.

 

  1. Etica e responsabilità sono parte del prodotto

Gli agenti non sono neutrali. Prendono decisioni. Influenzano comportamenti. Generano conseguenze. L’impresa agentica deve incorporare sicurezza, trasparenza, accountability. E deve farlo non come vincolo normativo, ma come elemento progettuale.

 

  1. L’impresa è un ecosistema, non un perimetro

Il valore non si crea più all’interno dei confini aziendali, ma nelle interazioni tra sistemi. L’impresa agentica dialoga con altri agenti; integra partner e fornitori; costruisce reti intelligenti. Diventa così un nodo di un ecosistema, non un’entità isolata.

 

  1. Da utenti della tecnologia a costruttori del futuro

La distinzione finale è semplice. Ci sono aziende che usano l’AI e aziende che vengono ridefinite dall’AI. Le prime inseguono. Le seconde guidano. In questo nuovo scenario, sopravvive chi evolve. Guida chi costruisce.

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[1] Fonte principale di questa Appendice concettuale è il sito https://www.digital360.it/, Digital360 è il Gruppo italiano che accompagna imprese e pubblica amministrazione nei percorsi di digital transformation e innovazione, integrando strategia, competenze ed execution in un sistema misurabile e scalabile.

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Andrea Salmoiraghi, analista economico e sociale, a.salmoiraghi@giaccardiassociati.it, 3935481884
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Chiara Schirò, digital advisor, c.schiro@giaccardiassociati.it 3357368153
Giuseppe Giaccardi, consulente di strategia, g.giaccardi@giaccardiassociati.it, 3357368151.

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