Milano e le sfide-Paese

Inauguriamo una serie di "thinking motion" per esplorare le sfide di Milano e oltre. La prima conversazione è con Francesco Schianchi, un esperto di design e cultura, che ci guida attraverso le trasformazioni della città. Milano, un laboratorio di innovazione, affronta sfide uniche: dalla gestione speculativa del territorio alla necessità di una nuova narrazione culturale. Scopri come la tecnologia e l'urbanistica influenzano la vita quotidiana e quali valori fondamentali dobbiamo recuperare per costruire un futuro migliore. Unisciti a noi in questo viaggio di riflessione e scoperta!

Milano e le sfide-Paese

Inauguriamo con questo primo articolo una serie di thinking motion per staccare le percezioni del presente dai vicoli ciechi mentali nei quali non di rado ci si sente costretti. Sono conversazioni sfidanti con persone intelligenti, serie e simpatiche, che possono aiutarci ad alzare lo sguardo, vedere oltre e spingere l’immaginazione in modo etico, professionale e sociale.
La prima thinking motion è con Francesco Schianchi, originario di Parma e milanese di adozione, storico di formazione, consulente strategico e docente di lungo corso, autore prolifico di articoli e saggi scientifici oltreché di libri di poesia e di teatro, è studioso di human design e per anni docente alla Scuola di Design del Politecnico di Milano. Da lì, come alla SNA (Scuola Nazionale della Pubblica Amministrazione), allo IED (Istituto Europeo di Design) e in tante altre occasioni, ha contribuito al sapere e alla conoscenza di decine e decine di professionisti e operatori della cultura e del management e per questo gli siamo incondizionatamente grati. La foto qui sopra lo ritrae sorridente con due amici appassionati al termine del suo key-note durante un evento del nostro Studio in Sardegna.

Professore Schianchi, cosa sta succedendo a Milano?

Primo elemento fondamentale: quando il centrosinistra governa con Pisapia promuove il “progetto della grande Milano” per l’allargamento dell’attraenza internazionale a favore delle periferie e per una Milano contemporanea inclusiva grazie a sviluppo di servizi e welfare, contro la riduzione della popolazione da 1,5 a 1,2 milioni di residenti e contro il “dominio dei palazzinari”.
Il proposito è anche recuperare e rendere accessibili 40 mila appartamenti sfitti, contrastare il modello Ligresti (che in pratica significa: più costruisci e più soldi ottieni dalle banche!) e agire contro il degrado urbano e la marginalizzazione sociale, facendo fronte ai disastri ALER[1].
In quel periodo tuttavia c’è l’impatto di due fenomeni concomitanti rilevanti che portano alla “gestione manageriale del territorio” fatta in prima persona dalla politica: EXPO 2015 e concentrazione della finanza internazionale su Milano.
Diversi elementi evidenziano quell’impatto, p.e.:

  • Milano attrattore di grandi investimenti finanziari internazionali
    • cfr. il progetto di Piazza Gae Aulenti con 6 mld da capitali arabi
  • Milano capitale della moda, del design e dell’architettura, da qui il nuovo skyline di Milano che diventa un riferimento europeo
  • La quantità di investimenti su Milano è uguale alla quantità di quelli su Roma, ma non per attrazione culturale bensì per essere centro di attrazione del mondo.

Nasce così una nuova narrazione su Milano che viene gestita dal centrosinistra (e non dal centrodestra) che disattende completamente la visione di “Milano città dei 15 minuti” del progetto di Pisapia. Ecco la verticalità (per non sprecare suolo) contro l’orizzontalità, scelta apparentemente coerente ma che apre le porte al tradimento delle regole urbanistiche consentendo ristrutturazioni e ampliamenti verticali (grattacieli nei cortili!). Sala cita Ratti ma con ciò abilita un’impunità sotterranea: 7 piani in verticale a 6.000,00 € per mq di media.
È in questi elementi che si concretizza la “gestione manageriale del territorio” fatta in prima persona dalla politica: un percorso perverso senza fine dove i palazzinari che verticalizzano ristrutturando pagano molto meno che con nuove edificazioni generando surplus privati enormi (p.e. magazzini ristrutturati in nuovi appartamenti e poi venduti a prezzi di mercato di abitazione).
È un’urbanistica fuori controllo: non più la “città di 15 minuti” e non più il progetto di Piano con 1 milione di alberi a Milano, siamo a zero alberi!
È prevalsa una gestione speculativa del territorio fatta in prima persona dalla politica: non più una politica che crea indirizzi e programmazione, non più i cittadini al centro della politica!

Da questo punto di vista non banale, che cosa collega o distingue Milano e l’Italia?

Milano è unica, non c’è confrontabilità con il resto del Paese. Il design nel mondo è un’invenzione dei saperi a Milano che hanno contaminato le aziende. Il design come “filiera culturale” è un caso unico al mondo: artisti + aziende che si fanno attori di “cultura di progetto di filiera” + università + media di architettura e design. È così che Milano inventa il welfare moderno, cioè la politica dell’indirizzo e della gestione.
Tuttavia c’è una Milano che apparentemente tende a ridurre il danno: più studenti a Milano dal mondo, anche dall’Italia, perché Milano è comunque primo laboratorio nell’innovazione. Ma è un’attrazione selettiva, è una selezione di censo dato che una stanza per uno studente viaggia sui mille euro/mese: solo i figli della finanza e dell’imprenditoria possono accollarsi simili costi per alta formazione e master. Milano ha in realtà allontanato la maggior parte degli studenti in periferia: i quartieri dormitorio degli operai di una volta sono i quartieri dormitorio degli studenti. È una scelta sociale e politica che va nella direzione del progetto di CL e della Compagnia delle Opere che hanno un ruolo monopolistico nell’edilizia per gli studenti (oltre che nei servizi per la sanità) e con le sue 6 mila aziende associate, con iscrizioni corrispondenti agli appalti da acquisire, continuano ad avere un’incidenza economica e una “influenza elettorale” ancora rilevante.

Quali priorità-paese abbiamo di fronte e come vanno affrontate?

Serve una nuova “chiave” di interpretazione della realtà mai usata in Italia: una chiave antropologica che sovrasti e possa guidare o comunque interpretare tecnologia ed economia che finora sono state le “chiavi” dominanti.
Siamo dentro a una metamorfosi che è molto di più dell’ennesimo cambiamento:

  • Cambio radicale dei comportamenti, dei simboli, dei linguaggi
  • Tecnologia come fine e non come strumento
  • Cambio di “territorio dell’esistenza”, siamo nella “cultura della tecnologia”, che vorrebbe dare un senso alla nostra vita e per citare Vasco Rossi “anche se un senso la vita non ce l’ha”
  • Un nuovo mantra, il mantra della “performantività”: è la struttura mentale nella quale siamo immersi, il metro di valutazione di ogni prestazione economica, sociale, sportiva, sessuale, etc. che la collettività, ma anche la stessa persona fa, per verificare la propria adeguatezza al contesto sociale di riferimento.
  • L’umano si è illuso di usare la tecnologia: siamo nella condizione dell’apprendista stregone (che non conosce la formula per fare diventare la tecnologia uno strumento).  La tecnologia non ha scopi, non ha finalità se non l’esponenziale crescita della sua performatività, della sua potenza non solo di calcolo, ma di dominio
  •  La tecnologia ora è autoreferenziale, esprime sé stessa: l’umano è diventato una sua appendice. La tecnologia è pervasiva e infestante, al punto tale che non siamo in grado di fare, da una diagnosi ad un biglietto aereo, figuriamoci i progetti, senza di essa: siamo diventati dipendenti dalla tecnologia
  • Ci stiamo uniformando ai comportamenti e ai linguaggi che la tecnologia ci impone portandoci nel baratro del suo valore-guida: tutto ciò che può essere fatto, deve essere fatto;diventa quindi patetica la richiesta alla tecnologia di rispettare i valori umani: non li conosce, non le interessano; la sua strada è la sua autoaffermazione.

Anche l’immaginazione, che era un patrimonio unico dell’umano, viene messo in discussione dalla sua “intelligenza”, non vuole lasciare alcun ambito scoperto.
Stiamo rallentando la nostra agonia inesorabile ma siamo come i pellerossa che via via scompaiono o incarcerati nelle loro piccole riserve:

  • il pensiero unico è quello della tecnologia
  • le religioni nel mondo stanno scomparendo, la nuova religione è il “datismo” (vedi Homo Deus di Y. Harari) perché proliferano prefigurazioni così vincolanti che le macchine dicono agli umani “non è vero che nessuno può conoscerti come te stesso: noi ti conosciamo meglio ed in modo più approfondito, al punto che sappiamo cosa sceglierai, cosa desidererai”.

Come attivare una chiave antropologica? Ecco alcune indicazioni:

  • immaginare e promuovere una diversa narrazione culturale, fare cultura dell’umanità, del senso e del valore della relazione con le persone, con le diversità, con le cose, con la natura, immergersi nella miniera del proprio “mondo dentro”, per uscirne con memorie, esempi, suggerimenti proposte che vengono dal nostro passato e chiedono di essere rimesse in vita, di avere una nuova vita.
  • recuperare i valori di riferimento nella storia dell’umanità: liberté, egalité, fraternité, formalmente abbiamo affermato questi valori fondanti, ma sono rimasti sulla carta; il mondo è pieno di illibertà, di disuguaglianze brutali, di inimicizia, odio, scontro, conflitto.
  • promuovere la cultura della pace: “se vuoi la pace prepara la pace” nelle menti, nelle leggi, negli investimenti, nelle relazioni, quindi promuovere la pratica della fratellanza; il riconoscimento della diversità dell’altro che ci sorprende, ci arricchisce, ci completa; Jung diceva “non posso essere me stesso senza l’altra persona”.

L’apprezzamento della cultura dell’altro come territorio di confronto e di arricchimento: non solo “fratello sole e sorella luna” ma la scelta di farsi prossimo, ossia vicino all’altro, partendo dall’ascolto. Purtroppo è la cultura cattolica che ha “informato l’Occidente” e a farci credere che noi abbiamo la verità mentre tutti gli altri popoli, siccome sono nell’errore, “cosa aspettano ad uniformarsi, alla nostra cultura, al nostro linguaggio, ai nostri valori, ai nostri comportamenti, alle nostre leggi?”

Dobbiamo pertanto recuperare l’indicazione greca di operare kata metron cioè secondo misura, comprendendo il senso e il valore del limite: senza questo è logico – e la tecnologia sta lavorando per questo – che l’uomo inebriato di onnipotenza si ponga l’obiettivo di superare il Dio che ha creato, cullandosi nella conquista dell’immortalità. Il postumano e l’ibrido umano vanno in questa direzione. Dobbiamo anche valorizzare il senso della nostra consapevolezza, nella costruzione di un nostro destino e in rapporto a tutto ciò che esprime creatività, immaginazione, inutilità, cioè i valori che le macchine non sanno, per il momento, capire.

Quale “leva” utilizzare per questo disegno generale? La leva centrale è il passaggio dalla formazione all’educazione: questa società forma persone che sappiano fare, soprattutto contare ed elaborare dati, in uniformità, in conformità con il modello utilitarista e performativo che la connota. Educare invece ha due significati:

  • educere come “cavar fuori” fare emergere il daimon, la personalità, le predisposizioni, le caratteristiche di ogni persona (quindi contro ogni appiattimento/omologazione);
  • e-ducere come accompagnare, non sostituirsi, nel cammino della conoscenza, del pensiero critico, del dubbio, delle nuove visioni.

Fare acquisire alle nuove generazioni la conoscenza e la pratica delle competenze, o meglio l’esercizio delle 12 intelligenze di Gardner[2], comprese l’intelligenza emotiva e l’intelligenza sentimentale, affinché ogni persona “senta” e viva il senso della realtà, del rispetto, della gentilezza: ”la durezza di questi tempi non deve farci perdere la tenerezza dei nostri cuori” (come sollecitava Che Guevara).
Forse sarebbe necessario un nuovo futurismo, molto lontano dal suo bellicismo e antifemminismo, ma come  evento culturale totalizzante capace di mettere in discussione tutte le manifestazioni della cultura contemporanea, ossia linguaggi, estetiche, artefatti, rituali, simboli, etc. È infatti necessario contrastare e considerare “carta straccia” i luoghi comuni, le banalità, le tradizioni obsolete, i rituali sociali, l’ostentazione, la performatività, etc., proponendo invece una nuova vita culturale, sociale, emotiva. Una esistenza che valga la pena di vivere e anche di mettere in gioco, come indicava Martin Luther King, per un progetto, non tanto un segno, di futuro per l’umanità. Purtroppo tutto questo rischia di essere un desiderio, da de-sidera, cioè proveniente dalle stelle e non dagli umani.


[1] Azienda Lombarda Edilizia Residenziale https://aler.mi.it/.
[2] Howard Gardner, psicologo. Nel 1983, suggerì l’esistenza di diversi tipi d’intelligenza. Nel suo libro “Frames of Mind” postulò che l’intelligenza non è un insieme unitario ma piuttosto una rete di capacità che funzionano in modo più o meno sincronizzato. Con la sua teoria delle intelligenze multiple ha demolito l’idea classica di intelligenza, proponendo che siamo tutti esperti in aree diverse. Ci sono persone con un talento speciale per i numeri e altre che sono eccellenti comunicatori.
Pertanto, Gardner ha ridefinito il concetto d’intelligenza come “potenziale biopsicologico per elaborare informazioni che possono essere attivate in un contesto culturale per risolvere problemi o creare prodotti che sono preziosi in una cultura”. Pertanto, il tipo d’intelligenza che svilupperemo dipenderà sia da fattori genetici che dalla nostra esperienza. Cfr. https://angolopsicologia.com/tipi-di-intelligenza/

 

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