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Giovani, Web e innovazione: la ricetta per uscire dalla crisi. Il Rapporto Censis 2014.

10 febbraio 2015, di Studio Giaccardi & Associati

Come ogni anno ai primi di dicembre il Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, ha pubblicato il «Rapporto sulla situazione sociale del Paese», redatto sin dal 1967, viene considerato il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana. I dati che ci interessano di più sono quelli relativi al web, alle imprese e alla relazione che intercorre fra di loro.

censisEntriamo subito nel vivo del rapporto e iniziamo a commentare i dati relativi al web.

Il primo dato interessante, ma anche facilmente prevedibile, riguarda i giovani under 29 che utilizzano almeno un social network: si tratta dell’80% degli italiani, percentuale che cala al 49% se si considera tutta la popolazione italiana. Questi trascorrono 2 delle 4,7 ore passate online sui social network. Alla luce di ciò si registra un dato allarmante sulla percentuale  dei cittadini fra i 16-74 anni che utilizzano il computer, soprattutto nelle regioni del sud Italia: il 48% dei cittadini campani non ha mai utilizzato un pc, a fronte di un 28% della Regione Emilia-Romagna, dato molto più alto rispetto alla media europea che si attesta al 19%.

Interessanti in questo senso sono anche i dati pubblicati da Istat il 18 dicembre: quasi 22 milioni di italiani, cioè il 38,8% della popolazione, dai 6 anni in su non hanno mai utilizzato internet. Questa percentuale sale al 50% se consideriamo solo i cosiddetti nativi digitali (6-10 anni).

L’Italia è, a livello europeo, il terzultimo Paese (davanti solo alla Bulgaria e alla Romania) per numero persone che hanno usato regolarmente internet negli ultimi 3 mesi. Anche tra i giovani 16-24enni l’andamento è il medesimo: l’84% dei giovani italiani si connette regolarmente ad internet, a fronte di un 100% in Islanda e Lussemburgo, un 97% in Germania e Regno Unito e 95% in Francia.

I dati Istat confermano anche quanto detto sopra. Esiste un divario sostanziale fra nord Italia, dove il 66,6% ha un pc e un accesso a internet, e sud Italia dove questa percentuale cala al 58,3%.
Ma perché in Italia queste percentuali sono così alte rispetto al resto d’Europa?
Una motivazione senz’altro determinante è che la scuola sembra non investire in tecnologia.
Lo iato fra Italia e Europa è enorme: in Italia sono presenti 8,2 computer ogni cento studenti di scuola secondaria superiore, mentre i loro coetanei europei dispongono mediamente di 21,1/23,2 pc ogni cento.

Passiamo ora a considerare l’e-commerce.

Il commercio elettronico, si sa, è senza dubbio uno dei simboli della terza rivoluzione industriale alla quale stiamo assistendo, i volumi su cui si muove sono in continua crescita e sempre più imprese comprendono quanto esso sia fondamentale per essere protagonisti attivi della contemporaneità. Il Bel Paese fatica a raggiungere i dati delle altre potenze europee ma comunque è significativo l’aumento del +17% che si registra rispetto allo scorso anno con un 29% di cittadini italiani che ha fatto acquisti online nell’ultimo anno. La differenza fra il giro d’affari creato dall’e-commerce in Europa e in Italia rimane però consistente: i 107 miliardi di euro del Regno Unito, così come i 50 miliardi di Francia e Germania non sono neanche paragonabili ai 13 miliardi di euro della penisola.
Questi dati purtroppo confermano che l’Italia ha ancora un enorme gap da colmare nei confronti del resto d’Europa, ma sono senza dubbio incoraggianti gli aumenti di punti percentuali che si vanno registrando.

Passiamo ora ai dati sulla salute delle imprese.

La situazione non è di certo florida ma pian piano le cose stanno iniziando a migliorare soprattutto grazie alla buona volontà dei giovani che cercano sempre più di essere protagonisti.
La crisi ha enormemente influenzato la situazione economica italiana: fra il 2008 e il 2014 l’Italia ha perso 47mila imprese manifatturiere con una flessione vicina a -8% (-1,1% nell’ultimo anno). I settori in maggiore sofferenza sono quelli dei prodotti in legno, della produzione di pc, del tessile, dei prodotti farmaceutici, della produzione di macchinari e dei prodotti in metallo che hanno registrato una flessione del numero delle imprese del -10%. Si è registrata una drastica riduzione del valore aggiunto, ben -17% dal 2008 al 2013 che ha portato con sé un forte calo degli investimenti da parte delle industrie italiane con un’incidenza sul Pil del 17,8%, cioè una flessione complessiva del -25%, particolarmente accentuata in alcuni settori quali l’hardware (-28,8%), le costruzioni (-26,9%) e i trasporti (-26,1%).

censis

Il Censis sottolinea come questi dati portino ad un capitale umano non utilizzato di 8 milioni di individui.

I più penalizzati risultano essere ancora una volta i giovani che costituiscono ben il 50,9% dei disoccupati totali. I giovani italiani però non si fanno abbattere e sono alla continua ricerca di contromisure efficaci alla crisi dando vita loro stessi a nuovi posti di lavoro: il 22% ha avviato una startup o ha intenzione di farlo prossimamente e il 38% vorrebbe creare un nuovo business, ma ritiene che sia troppo complicato. Continuando con le (poche) performance positive delle nostre imprese, bisogna sottolineare i dati sui mercati esteri. L’export italiano è stato costantemente in crescita fra il 2008 e il 2014 (salvo una lieve flessione nel 2009) soprattutto nel settore manifatturiero e nell’hi-tech. Quest’ultimo ha registrato un aumento delle esportazioni del 6% tra il 2012 e il 2013 e del 35% rispetto al 2008.

Considerazioni conclusive.

L’Italia soffre ancora di un divario considerevole nei confronti dei principali Paesi europei riguardo l’alfabetizzazione informatica, differenza che non si può più permettere alla luce degli attuali trend economici basati prevalentemente, se non completamente, sul web. È necessario innanzitutto che le imprese italiane si aprano ad una delle risorse più grandi del Paese: i giovani come fattori d’innovazione.

Le competenze di cui i giovani si fanno portatori, soprattutto in ambito tecnologico ed informatico, sono lo stimolo fondamentale per far tornare a crescere l’imprenditoria italiana.

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