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Sviluppo 2.0. Che cosa c’è nel tunnel della crisi della vecchia economia top-down.

11 marzo 2010, di Studio Giaccardi & Associati
Sviluppo 2.0
Che cosa c’è nel tunnel della crisi della vecchia economia top-down.
(parte 1_continua)
 
Negli ultimi quindici anni il PIL italiano è cresciuto meno della metà della media di quello degli altri paesi OCSE. Dal 2000 al 2009 il PIL dell’Emilia-Romagna, che ha avuto performance migliori di quelle nazionali, è comunque diminuito rispetto al decennio precedente. Che succederà adesso dopo due anni di crisi subprime?
A inizio 2010, le province di Ravenna e Forlì-Cesena, che fino all’anno scorso hanno primeggiato nelle classifiche nazionali per qualità di vita, hanno insieme circa 16 mila lavoratori in cassa integrazione a zero ore nel solo comparto manifatturiero. Nella confinante provincia di Rimini alcune delle maggiori imprese manifatturiere hanno dovuto sospendere le attività e nonostante la relativa tenuta dell’economia turistica, la percentuale dei disoccupati è raddoppiata in un anno.
 
Il turismo, che pesa mediamente quasi il 20% del PIL nazionale e regionale e che agisce in un contesto mondiale in crescita grazie al web, vede paradossalmente il booking on-line www.visit-emiliaromagna.com penalizzato dalla presenza di soli 400 operatori rispetto alle oltre 4.000 imprese ricettive della regione. Problemi normativi si dice, dovuti alla “vecchia” legge regionale n°7 del 1998 che ha strutturato i “club di prodotto” e governato la promo-commercializzazione senza coinvolgere però la maggioranza del tessuto delle imprese. Perché allora le norme non sono state riviste adeguandole all’evoluzione dell’economia turistica?
 
Nel centro-nord Italia, Emilia-Romagna compresa, luoghi di tradizionale e fiorente natalità imprenditoriale, il rapporto tra nuove imprese e società che hanno cessato l’attività (cioè il tasso di sviluppo imprenditoriale) è negativo da ormai tre anni. Il cosiddetto “popolo delle partite Iva”, il fenomeno sociale dell’auto-impiego e della neo-impresa che ha caratterizzato la bottom-up economy italiana dal ’90 al 2005 circa, è in ritirata a causa anche di scelte ottuse, antistoriche e disincentivanti compiute da tutti i governi, nessuno escluso. Eppure in molti posti del mondo, i nuovi mestieri nati per effetto del web tirano la ripresa e il rilancio di aziende, grandi, medie e piccole, quando non le inventano tout-court. Perché i co-attori pubblici e privati della concertazione non sono intervenuti e non hanno costruito le condizioni per nuovi lavori e nuove opportunità?
 
In tutto il paese gli investimenti infrastrutturali sono bloccati. Quelli locali per effetto perverso del Patto di Stabilità, quelli nazionali a causa del dominio esclusivo della policy delle emergenze. Nel frattempo la retorica di sostegno al credito per le PMI ha generato un’inappellabile selezione darwiniana verso un numero purtroppo crescente di imprese. Gli unici soggetti “a rischio protetto” sono banche e banchieri. La questione, come si può intuire, è doppiamente di natura sociale, ma il vantaggio garantito a costoro a discapito di altri soggetti non è incostituzionale? Commissioni parlamentari, Autority, associazioni d’impresa o dei consumatori però tacciono.
 
I pur considerevoli investimenti pubblici e comunitari dei POR-formazione (professionale, continua e alta specializzazione post lauream) non sono stati sufficienti neanche in Emilia-Romagna a invertire una tendenza sociale sempre più sfavorevole: per i lavoratori dipendenti che restano senza prospettive a 50 anni; per quelli autonomi che non dispongono di policy di sostituzione di mestieri e reddito né a livello settoriale nè associativo; per giovani e donne che scontano ancora un deficit di genere con il tasso di inoccupazione più alto dell’Unione Europea. Davvero questi risultati un po’ tristi dovrebbero appartenere alla categoria dell’imponderabile?
 
Lo stesso fenomeno del web, che nei paesi anglo-sassoni e nord europei cresce a tassi esponenziali presentando investimenti pubblicitari superiori a quelli sui media tradizionali, in Italia è prevalentemente trascurato quando non osteggiato dai pubblici poteri: non solo in fatto di policy verso l’utenza sociale con ripetuti tentativi di condizionamento normativo o sentenze dei Tribunali che sembrano di origine putiniana, ma soprattutto per l’assenza di scelte e risorse a favore di ricerca e innovazione tecnologica, nella combinazione ad esempio tra nuove tecnologie internet e principali asset del Made in Italy e delle produzioni caratteristiche. Probabilmente il non-controllo connaturato a internet intimorisce i decisori locali e nazionali? Oppure costa fatica studiare, capire e confrontarsi?
(Continua…)
Giuseppe Giaccardi
(parte 1_continua qui)
 
Negli ultimi quindici anni il PIL italiano è cresciuto meno della metà della media di quello degli altri paesi OCSE. Dal 2000 al 2009 il PIL dell’Emilia-Romagna, che ha avuto performance migliori di quelle nazionali, è comunque diminuito rispetto al decennio precedente. Che succederà adesso dopo due anni di crisi subprime?
A inizio 2010, le province di Ravenna e Forlì-Cesena, che fino all’anno scorso hanno primeggiato nelle classifiche nazionali per qualità di vita, hanno insieme circa 16 mila lavoratori in cassa integrazione a zero ore nel solo comparto manifatturiero. Nella confinante provincia di Rimini alcune delle maggiori imprese manifatturiere hanno dovuto sospendere le attività e nonostante la relativa tenuta dell’economia turistica, la percentuale dei disoccupati è raddoppiata in un anno.
 
Il turismo, che pesa mediamente quasi il 20% del PIL nazionale e regionale e che agisce in un contesto mondiale in crescita grazie al web, vede paradossalmente il booking on-line www.visit-emiliaromagna.com penalizzato dalla presenza di soli 400 operatori rispetto alle oltre 4.000 imprese ricettive della regione. Problemi normativi si dice, dovuti alla “vecchia” legge regionale n°7 del 1998 che ha strutturato i “club di prodotto” e governato la promo-commercializzazione senza coinvolgere però la maggioranza del tessuto delle imprese. Perché allora le norme non sono state riviste adeguandole all’evoluzione dell’economia turistica?
Nel centro-nord Italia, Emilia-Romagna compresa, luoghi di tradizionale e fiorente natalità imprenditoriale, il rapporto tra nuove imprese e società che hanno cessato l’attività (cioè il tasso di sviluppo imprenditoriale) è negativo da ormai tre anni. Il cosiddetto “popolo delle partite Iva”, il fenomeno sociale dell’auto-impiego e della neo-impresa che ha caratterizzato la bottom-up economy italiana dal ’90 al 2005 circa, è in ritirata a causa anche di scelte ottuse, antistoriche e disincentivanti compiute da tutti i governi, nessuno escluso. Eppure in molti posti del mondo, i nuovi mestieri nati per effetto del web tirano la ripresa e il rilancio di aziende, grandi, medie e piccole, quando non le inventano tout-court. Perché i co-attori pubblici e privati della concertazione non sono intervenuti e non hanno costruito le condizioni per nuovi lavori e nuove opportunità?
 
In tutto il paese gli investimenti infrastrutturali sono bloccati. Quelli locali per effetto perverso del Patto di Stabilità, quelli nazionali a causa del dominio esclusivo della policy delle emergenze. Nel frattempo la retorica di sostegno al credito per le PMI ha generato un’inappellabile selezione darwiniana verso un numero purtroppo crescente di imprese. Gli unici soggetti “a rischio protetto” sono banche e banchieri. La questione, come si può intuire, è doppiamente di natura sociale, ma il vantaggio garantito a costoro a discapito di altri soggetti non è incostituzionale? Commissioni parlamentari, Autority, associazioni d’impresa o dei consumatori però tacciono.
 
I pur considerevoli investimenti pubblici e comunitari dei POR-formazione (professionale, continua e alta specializzazione post lauream) non sono stati sufficienti neanche in Emilia-Romagna a invertire una tendenza sociale sempre più sfavorevole: per i lavoratori dipendenti che restano senza prospettive a 50 anni; per quelli autonomi che non dispongono di policy di sostituzione di mestieri e reddito né a livello settoriale nè associativo; per giovani e donne che scontano ancora un deficit di genere con il tasso di inoccupazione più alto dell’Unione Europea. Davvero questi risultati un po’ tristi dovrebbero appartenere alla categoria dell’imponderabile?
 
Lo stesso fenomeno del web, che nei paesi anglo-sassoni e nord europei cresce a tassi esponenziali presentando investimenti pubblicitari superiori a quelli sui media tradizionali, in Italia è prevalentemente trascurato quando non osteggiato dai pubblici poteri: non solo in fatto di policy verso l’utenza sociale con ripetuti tentativi di condizionamento normativo o sentenze dei Tribunali che sembrano di origine putiniana, ma soprattutto per l’assenza di scelte e risorse a favore di ricerca e innovazione tecnologica, nella combinazione ad esempio tra nuove tecnologie internet e principali asset del Made in Italy e delle produzioni caratteristiche. Probabilmente il non-controllo connaturato a internet intimorisce i decisori locali e nazionali? Oppure costa fatica studiare, capire e confrontarsi?
(Come uscire dalla crisi? continua  a leggere qui)
 
Giuseppe Giaccardi

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